Piantagioni di tè in Italia

Capita a volte che mi venga chiesto se esistono delle piantagioni di tè in Italia e ne esistono ben quattro piccole: una

a Pavia, una sul Lago Maggiore, una nella lucchesia e una in Sicilia.

La culla del tè

Molti pensano che l’origine del tè sia indiano e, invece, una volta che gli inglesi scoprirono la pianta autoctona nell’Assam, fecero partire la produzione grazie alla manodopera cinese “importata” dagli inglesi. Da lì a poco, grazie a Robert Fortune, introdussero i semi e la pianta cinese nel Darjeeling e tutto questo per non doverlo più acquistare dai cinesi. Quindi la culla del tè è la Cina che è anche il primo produttore mondiale.

La pianta del tè

La Camellia Sinensis è un arbusto sempreverde, della famiglia delle Theaceae, che può raggiungere i 2 metri d’altezza i cui fiori sono bianchi. Le foglie sono lunghe dai 4 ai 15 cm, e larghe dai 2 ai 5 cm.

La Camellia sinensis è coltivata soprattutto in zone tropicali e subtropicali: la temperatura ideale è infatti tra i 10° ed i 30 °C , e le coltivazioni possono trovarsi anche a 2.100 m di altitudine: proprio a quote più elevate spesso si ottengono i tè più pregiati come in Cina e nelle zone di produzione indiane come il Darjeeling e il Sikkim che si trovano non lontano dalla catena montuosa dell’Himalaya. La pianta ha bisogno di un clima caldo umido, di un terreno acido, drenante e di pioggie.

Come avviene con il vino, anche con il tè, il terreno contribuisce a formare l’aroma che caratterizza ogni singolo tè e giardino. A questo si aggiungono le tecniche tradizionali di lavorazione che daranno personalità ad ogni singolo tè.

Quando arriva la pianta del tè in Italia e dove?

Per parlare del tè bisogna parlare di Giovanni Briosi ferrarese di nascita, nato nel 1846, figlio di modesti operai vinse una borsa di studio che lo portò a laurearsi in ingegneria a Napoli. Furono i rapporti con Ferrara che lo avvicinarono verso l’agronomia e, grazie a un’altra borsa di studio, riuscì ad andare a studiare agraria a Bruxelles.
Dopo la laurea andò a lavorare prima in Germania e poi a Palermo e, grazie alla sua solida preparazione in agronomia, biologia e chimica, lavorò sui vini siciliani e sulla malattie di alcune piante. Dopo si trasferì a lavorare, sempre come agronomo, a Roma e nel 1883 vinse il concorso dell’Università di Pavia e assunse la direzione dell’Istituto botanico, sede del primo Laboratorio di Botanica Crittogamica divenuto in seguito Laboratorio Crittogamico italiano di Pavia per lo studio delle malattie delle piante. Qui, Giovanni Briosi, oltre a creare tre serre calde, cominciò la coltivazione della pianta del . Morì in questa città nel 1919.

Pavia orto botanico tè

Contesto storico

Avrete ormai capito che il e la storia vivono un rapporto di simbiosi. Capire il contesto storico è importantissimo. Nel 1914 Benito Mussolini fondò il Fascio d’azione rivoluzionaria e nel 1921, vi fu la presa di potere del fascismo e di Mussolini che cessò formalmente il 25 luglio 1943.

Il 3 ottobre 1935 il Regno d’Italia attaccò l’Etiopia senza dichiarazione di guerra e questa aggressione fu condannata dalla Società delle Nazioni che impose sanzioni economiche all’Italia fascista sulle importazioni e esportazioni ed ebbe così inizio il periodo dell’autarchia che pretendeva che il Paese stesso producesse da sè tutto ciò di cui aveva bisogno, avendo quindi un’economia chiusa. Questo perdurò anche dopo la fine delle sanzioni, che rimasero in vigore dal 18 novembre 1935 sino al 4 luglio 1936, in quanto tornava utile alla causa nazionalistica del regime incoraggiare produzioni autoctone. Quindi durante il ventennio fascista la propaganda politica spinse affinché si consumassero solo prodotti italiani e tutto ciò che non poteva essere prodotto per mancanza di materie prime venne sostituito:

  • il venne sostituito con il carcadè perchè, pur non essendo un prodotto italiano, proveniva dall’Eritrea, colonia italiana e, quindi, un prodotto nazionale. Il carcadè veniva chiamato il “tè degli italiani“, per il fatto che con le sanzioni economiche dopo la guerra d’Etiopia, il era divenuto molto costoso e così il regime, seguendo la sua filosofia autarchica, lo promosse al posto di quest’ultimo.
  • il carbone con la lignite,
  • la lana con il lanital (lana di caseina),
  • la benzina con il carburante nazionale (benzina con l’85 di alcool)
  • il caffè venne abolito perchè “fa male” e sostituito con il “caffè” d’orzo.

L’autarchia entrò anche nella lingua e furono banditi tutti i nomi stranieri da ogni comunicazione scritta e orale e, quindi, i cognomi o i nomi di paesi che avevano origine francese o tedesca (vedasi le regioni confinanti come il Piemonte, la Valle d’Aosta, il Trentino Alto Adige) furono cambiati, ad esempio il mio cognome è piemontese di una valle dove si parla sia il francese che l’occitano e un mio antenato nacque Volle e morì Vola…

Il tè metodo pavese o ticinese

Che cosa è il tè “metodo pavese” o “ticinese”? Non è un’altro metodo di preparare il tè ma una piccolissima coltivazione di tè a Pavia. Per “tè ticinese” s’intende Pavia in quanto Ticinum è il nome latino della città e si usa il termine “ticinese” per indicare tutto ciò che è pavese tra cui anche l’Università. Anche lo scorso 4 agosto ne ha parlato il “Corriere della Sera”. Ma andiamo con ordine.

Visto che in quel periodo si beveva già il tè in Italia, anche la pianta di Camellia sinensis divenne oggetto di studio per tentare di avviare una produzione di “tè autarchico” all’aria aperta su ampia scala, visto che una produzione in serra era impensabile. Ad accogliere la sfida di sperimentare la coltivazione del tè fu il professore di botanica e direttore dell’Istituto botanico di Pavia Gino Pollacci (n. Pavia 1872 – m. Loano 1963), convinto sostenitore del regime.

pavia1.jpg

Le piante di Camellia sinensis, come abbiamo visto, erano già presenti in un’aiuola posta presso il lato settentrionale dell’edificio dell’istituto, in posizione molto riparata sia dalla luce che dal vento e in inverno l’aiuola veniva rinchiusa in una serra montabile. Nel 1928 Pollacci eliminò l’utilizzo dei ripari invernali per verificare se le piante riuscissero a sopportare le temperature più basse. Negli anni selezionò e fece riprodurre le piante che erano sopravvissute agli inverni rigidi pavesi fino ad ottenere una forma resistente al clima che chiamo ticinensis ed inviò il tè prodotto a Mussolini che gradì.

Poi, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale passò tutto in secondo piano fino a giungere a metà degli anni novanta quando il professore Francesco Sartori ritrovò alcune piante di tè alte fino a tre metri e ha pensato alla coltivazione.

Il tè del Lago Maggiore

Paolo Zacchera della Compagnia del Lago Maggiore

La Compagnia del lago Maggiore in Verbania produce Camellie Sinensis. Il titolare Paolo Zacchera aveva letto lo studio degli anni ’30 dell’Università di Pavia che la zona di Premosello, in località Crot, aveva le caratteristiche per coltivarla. Decise quindi di viaggiare in Cina, Giappone e Turchia per visitare le piantagioni e acquisire le informazioni per la lavorazione del tè. L’azienda attualmente ha in coltivazione 50 mila piante e 30 mila di queste sono state destinate a Premosello. Adesso bisogna capire, prima di investire soldi nell’acquisto di macchinari, se si riescono a produrre una quantità di foglie sufficienti. Intanto il Signor Zacchera è fiero di sapere che la Regina Elisabetta beve un tè ricavato dalle piante che ha fornito al produttore di tè, Wee tea company in Scozia e che aveva vinto, nel 2015, il premio come migliore tè bianco del mondo.
Per chi fosse interessato a contivare sul terrazzo di casa o in giardino c’è la possibilità di acquistare una piccolissima “piantagione”.

Il tè della lucchesia

Guido Cattolica

La piantagione Antiche Camelie della Lucchesia è nata nel 1987 dalle mani di Guido Cattolica che utilizzò i semi di una pianta che l’orto botanico di Lucca aveva. Da questi semi è riuscito a selezionare una linea che ha chiamato Sant’Andrea di Compito che ha le caratteristiche per resistere a temperature molto basse. La piantagione, composta da 2.500 piante, si trova presso l’Antica chiusa Borrini, a Sant’Andrea di Compito, nel comune di Capannori in provincia di Lucca. Il signor Cattolica riesce a fare ben 5 raccolti l’anno per un totale di 15-16 chili di tè. Dopo la raccolta lo lavora e lo impacchetta. Il tè non è in commercio ma è possibile degustarlo direttamente da lui.

Sembrerebbe che ci fu un tentativo di coltivazione del tè anche a Napoli dal 1870 al 1890 ma il clima non si rivelò adatto.

Prossimamente vi parlerò della piantagione di tè in Sicilia.

Buon #viaggiointornoaltè

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Barbara
16 agosto 2018

10 risposte a "Piantagioni di tè in Italia"

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  1. Grazie x questo Articolo, non sapevo che ci fossero piantagioni di Té in Italia
    Credo che andró a visitare quella che si trova sul Lago Maggiore
    Visto anche la possibilità di poter comperare una piantina di Camelia Sinensis.
    Grazie ancora Barbara! 😀🍵

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