Caro vecchio carbonaio…

C’erano una volta dei mestieri che conoscevano in pochi e spesso si tramandavano di padre in figlio. Erano per lo più mestieri duri che richiedevano fatica, dedizione, sacrificio e grande manualità.
Uno di questi mestieri era il carbonaio…

Carbonai all’opera
(foto di altosannio.it

Oggi in pochi riescono a capacitarsi del fatto che, fino a pochissimo tempo fa, potessero esistere professioni come quella del carbonaio. In fondo a cosa serve il carbone nel mondo moderno? I treni non vanno più a carbone e neppure le stufe.
Ci sono tuttavia dei campi in cui il carbone è insostituibile e uno di questi è sicuramente la cerimonia del tè.

In tempi in cui l’elettricità ancora non esisteva (e neppure i fornelli a gas) il modo più sicuro, comodo e veloce per far bollire l’acqua era proprio il braciere a carboni.
Con pochissimo carbone si poteva portare a ebollizione l’acqua in qualche decina di minuti senza bisogno di fiamme vive, grossi caminetti e fumo.

(foto di dogu-sado.jpn.org)

Cerimonia del tè

La cerimonia del tè è da sempre legata alle antiche tradizioni (specie in Giappone) e tra queste vi è l’uso del braciere a carbone.
Naturalmente quando parlo di carbone non intendo il carbon fossile, quello usato per le vecchie locomotive, e neppure la carbonella da barbecue, ma il carbone di legna a pezzi lunghi come rami (da tagliare poi nella giusta dimensione) che, se ben lavorato, non dovrebbe bruciare, puzzare né emettere fumo.
Anche la fabbricazione del carbone in Giappone è sempre stata un’arte poiché vengono scelti i rami più resistenti e dalla trama più regolare per realizzare il favoloso “carbone crisantemo” cioè quel carbone la cui sezione mostra dei “raggi” così regolari da sembrare un fiore!

Il carbone viene selezionato e solo i pezzi migliori possono essere usati per la cerimonia del tè.
Dai pezzi più larghi si realizzano i carboni per il ro, cioè il braciere della stagione invernale, mentre da quelli appena più sottili i pezzi per il furo, cioè il braciere della stagione estiva. A loro volta i pezzi vengono tagliati in diverse lunghezze e, in alcuni casi sezionati a metà, per ottenere forme differenti necessarie alla cerimonia di “sumitemae“.

Cerimonia “sumitemae”

Cos’è la cerimonia di “sumitemae”? Questo termine tradotto letteralmente significa “procedura dei carboni” ed è, infatti, un complesso rituale che viene svolto all’interno di ogni cerimonia del tè completa (chaji), durante il quale il Maestro del Tè porta nella sala un cesto di carboni di varie misure, e con estrema precisione li sistema, secondo un’ordine predeterminato, all’interno del braciere per far sì che l’acqua raggiunga la temperatura perfetta per il tè nell’esatto momento in cui questo dovrà essere preparato.
Eseguire “sumitemae” non è così facile poiché richiede precisione ed esperienza se vogliamo che l’acqua arrivi alla temperatura perfetta nel momento perfetto, tuttavia è un momento di grande importanza non solo per la preparazione del nostro matcha ma anche per l’atmosfera che crea.

Sumitemae
(foto di dogo-sado.jpn.org)

La sala da tè inizialmente è in penombra e l’unico bagliore che si può percepire è proprio quello dei carboni accesi nel braciere. La loro presenza è evidente nell’aria che si fa più calda e rassicurante più ci si avvicina al bollitore, nel leggero stridere e nell’occasionale crepitare, nell’incenso neriko che scaldato esala il suo inebriante profumo che va a miscelarsi con quello del giunco dei tatami e nel lento borbottare dell’acqua che comincia a sobbollire dentro il kama.
In inverno, poi, il piacere del carbone acceso è irrinunciabile al punto che il braciere viene spostato nel centro della stanza e incassato all’interno del pavimento perché Maestro e ospiti possano godere appieno del suo calore e della sua bellezza.
Nelle mezze stagioni prima del cambio dei bracieri io, come ogni insegnante di cerimonia del tè, faccio insieme ai miei allievi la preparazione del carbone: prendiamo tutti i pezzi di carbone e li laviamo con acqua e una spazzolina morbida per eliminare la polvere in eccesso. Poi mettiamo il carbone steso su dei panni ad asciugare all’aria e lì avviene il “miracolo”: il carbone nelle ore seguenti emette un dolce scricchiolio che in Giappone viene chiamato “il canto del carbone“. Il carbone ci ricompensa del duro lavoro di pulitura “cantando” per noi!

“Ro”: braciere invernale incassato nel pavimento
(foto di dogu-sado.jpn.org)

Anche in Cina il carbone è da sempre il compagno fedele di chiunque voglia gustare un tè ben preparato. I bracieri cinesi, solitamente più piccoli di quelli giapponesi, utilizzano varianti del carbone come le noci di carbone o le olive di carbone, che per quanto piccole danno comunque luce, calore gioia e poesia ad ogni sessione di tè.

Già vi erano delle leggi sia in Europa che in Giappone che vietavano l’utilizzo dei carboni accesi all’interno di locali pubblici, ma risale a poco tempo fa l’ultima legge per la quale l’Europa dice definitivamente addio al carbone e al vecchio mestiere del carbonaio.
Senza l’uso dei carboni non solo perderà completamente senso ( e sarà a tutti gli effetti inutile) la procedura di “sumitemae”, ma perderà senso l’intera cerimonia del tè: perderanno il loro motivo di esistere i grandi bracieri di ghisa, piuttosto che il ro incassato nel pavimento. Non sentiremo più il dolce “canto del carbone” né il tenue stridere sotto il bollitore.
Eticamente posso anche essere d’accordo con la scelta di abolire il carbone per salvaguardare l’ambiente, ma emotivamente potrò soltanto dire: “Caro vecchio carbonaio, quanto mi manchi…”.

Letizia
19 dicembre 2020
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2 pensieri su “Caro vecchio carbonaio…

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