Un’unica “via di mezzo”: tra foglie di tè ed un foglio di carta

Vi ricordate quando vi parlai, in questo articolo, del chadō 茶, una delle numerose pratiche meditative attuate dal popolo giapponese per raggiungere la liberazione spirituale e basata proprio sul complesso rituale legato alla preparazione del tè?

Oggi ricorre la giornata internazionale dell’origami e, che ci crediate o meno, si tratta di un’altra arte che ha, tra gli altri, lo stesso identico scopo della meditazione attuata mediante le foglie di tè. Origamidō 折り紙道, nello specifico, è il termine utilizzato per riferirsi all’usanza di piegare la carta con accezione spirituale.
Come avrete notato, sia in “chadō” che in “origamidō”, ricorre il termine “” 道 che, in giapponese, significa proprio “strada”, intesa anche come “percorso, cammino spirituale, via”.
Quello che voglio provare a fare, per il momento, è semplicemente introdurvi all’arte dell’origami, a me particolarmente cara e nella quale mi diletto da anni, fornendovi alcuni spunti per un eventuale approfondimento ma concentrandomi, soprattutto, sul lato spirituale, ripescando anche le numerose assonanze con lo cha no yu.
Siete pronti ad affrontare questo breve ma splendido viaggio? Prima di partire, nondimeno, è sempre necessario fare i bagagli dunque, come si conviene, ecco qualche nozione storica.

Le origini dell’origami

Sebbene alcuni studiosi ipotizzino che la nascita dell’origami sia legata a strisce di carta ripiegate su se stesse a formare ornamenti per alcune bacchette di legno appartenenti al culto shintoista, le prime reali testimonianze che vedevano fogli di carta piegati per scopi differenti da quelli religiosi ed in forme sicuramente più complesse nonché ragionate si anno nel periodo Muromachi, tra il 1400 ed il 1600.
Qui, inizialmente, era in uso donare ai samurai un mollusco racchiuso in una busta di carta ripiegata come segno di buon auspicio: nel tempo, l’involucro prese forme sempre più complesse slegandosi, poi, dal regalo, divenendo un dono a sé stante. Nacquero così, i primi semplici modelli, come la rana o la più famosa gru, legata alla credenza popolare secondo la quale, piegandone mille, si vedranno i propri desideri esauditi. A tale proposito, v’invito ad approfondire la triste e commovente storia di Sadako Sasaki, oggi ricordata da un imponente monumento a lei dedicata presso Hiroshima.

Sin dalle sue presunte origini, l’origami ha mostrato una forte correlazione con l’aspetto spirituale legandosi, in particolare modo, alla sfera religiosa, nello specifico allo shintoismo.
Il caso delle strisce di carta modellate ad ornamento degli scettri shintoisti non sono certo l’unico caso che vincola la pratica del piegare la carta a questo culto. In numerose festività tradizionali, di fatto, possiamo ritrovare oggetti realizzati proprio tramite la carta: alcuni esempi sono le bambole dello hinamtsuri (festa delle bambine) e le carpe che abbelliscono lo (giornata dei bambini). In alcuni casi, inoltre, si riscontrano casi nei quali l’ornamento non è fine a se stesso, ma utile al fine di eseguire una pratica, come bene simboleggiano le barchette di carta affidate alla corrente dei fiumi nel corso dell’Obon (festività in onore degli antenati) oppure i kusudama, sfere un tempo costituite da rami intrecciati con erbe mediche ed oggi realizzate interamente grazie all’origami, le quali hanno lo scopo di allontanare malattie e spiriti maligni dalle abitazioni.

Finora, dunque, abbiamo stabilito quanto sia profondo il legame tra la fede shintoista e l’arte del “piegare la carta” eppure, come bene sappiamo anche grazie alla storia del tè in Giappone, presto la religione autoctona si fuse con il buddhismo importato dai monaci di ritorno dalla Cina. Così, proprio come accadde con lo cha no yu, anche l’origami venne investito d’una serie di precetti e concetti simbolici volti al raggiungimento della pace spirituale attraverso il conseguimento del distacco dalle passioni terrene. Per cercare di delineare grossomodo in quale maniera sia possibile una tale operazione, dobbiamo innanzi tutto capire come si possa ricavare praticamente qualsiasi forma semplicemente piegando un foglio di carta.

Come si crea l’origami

L’origami tradizionale vorrebbe che si partisse da un foglio quadrato, possibilmente bianco, e si fonda su pieghe molto marcate che portano ad un risultato spesso bidimensionale e spiccatamente geometrico. L’origami “moderno” invece, del quale vi parlerò un poco più approfonditamente in seguito, fondato simbolicamente dalla grande opera di Akira Yoshizawa (1911-2005) che ne impose anche la semantica attuale, prevede più flessibilità, destreggiandosi tra fogli colorati, bicromatici, pieghe tridimensionali eccetera. Nondimeno, a prescindere dallo stile in cui si presenta, ogni modello deve seguire necessariamente certe regole.

Ogni origami, dal più semplice al più complesso, si costruisce essenzialmente da un insieme di pieghe basilari. Alcune, tra le più elementari, sono la “mountain fold” (“piega a monte”) e la “valley fold” (“piega a valle”). Vi sono, poi, “pacchetti predefiniti” di pieghe, detti “basi”, le quali, da sole o in combinazione con altre, vanno a costituire l’ossatura principale del modello.
Attraverso la combinazione pressocché infinita di poche e semplici pieghe basi è possibile dare origine a forme sempre differenti e nuove, proprio come accade accostando note differenti per comporre un brano musicale.

Attraverso la ripetizione di movimenti impostati e regolamentati da stretti canoni, similmente a quanto avviene nel “rito del tè”, l’origami praticato come meditazione attiva si prefigge come obiettivo quello di raggiungere il distacco totale dalle preoccupazioni, dagli affanni terreni, dai pensieri negativi.
Le prime volte, si è inevitabilmente portati a concentrarsi sulla gestualità, sui movimenti ancora imprecisi, sulla costruzione del modello e, talvolta, specie di questi tempi, sul desiderio di terminare l’opera il prima possibile. Con il passare dei giorni, tuttavia, l’esecuzione delle pieghe non necessiterà più di uno sforzo mentale, divenendo piuttosto un meccanismo insito nella nostra stessa natura e, allora, potremmo concentrarci soltanto sulla singola piega che stiamo realizzando, senza pensare ad altro, con la mente concentrata esclusivamente sull’attimo presente, carezzata da una piacevole sensazione di leggerezza ed in completa armonia con tutto ciò che la circonda.

Ogni piega, poi, non può essere cancellata: questo ci ricorda, come vuole di buddhismo zen maggiormente condiviso, che la condotta della nostra vita dipende interamente da noi stessi, che ogni azioni che compiamo lascia inevitabilmente un segno, positivo o negativo che sia, e che il conseguimento della liberazione spirituale non può essere altro che il frutto del lavoro individuale, senza la possibilità di un ente esterno dalla funzione salvifica. Pensateci: in fondo, anche la buona riuscita di una tazza di tè dipende interamente dalla mano che si accinge ad infonderlo, indipendentemente dal pregio delle foglie e dall’abilità di colui che le ha lavorate.

Ancora, l’origami è costruito basandosi su un materiale alquanto deperibile e fragile, ovvero la carta. Il foglio, presto o tardi, indipendentemente dalla nostra volontà, finirà per cedere allo scorrere del tempo, sfaldandosi, impolverandosi, rovinandosi, ammuffendosi o, magari, divenendo preda d’insetti o delle fiamme. Esso, di fatto, è la rappresentazione dell’impermanenza, concetto estremamente caro sia allo shintoismo che al pensiero giapponese. È la fugacità, secondo i giapponesi stessi, a caratterizzare il “bello”, a generare l’arte che è tale proprio in quanto unica ed irripetibile, manifestazione momentanea nel flusso dell’impermanenza, quella stessa corrente che rispecchia il liquore che si riversa dalla teiera alla tazza…

L’origami moderno

Ora, come promesso, prima di concludere, qualche accenno all’origami moderno.
Se in passato l’”arte del piegare la carta” si fondava su fogli quadrati monocromatici nonché pieghe profonde e decise, oggi essa si è evoluta abbracciando forme più complesse, accettando forme di partenza differenti come triangoli o pentagoni (anche se il quadrato rimane canonico e preferito), osando con carte bicromatiche oppure texturizzate inimmaginabili nei tempi antichi, sconfinando in modelli dalla spiccata tridimensionalità. Di seguito, nella speranza di affascinarvi e, magari, farvi avvicinare a quest’arte che è al tempo stesso meditazione e stile di vita, vi lascio un breve elenco dei principali “stili” che potete trovare affacciandovi a questo mondo nel XXI deliziandovi, al contempo, con qualche stupefacente fotografia. Spingendovi ad ammirare le opere dei tre più grandi maestri della nostra era, R.J.Lang, Satoshi Kamiya ed il compianto Eric Joisel, mi congedo dunque sorseggiando una tazza di tè ed invitando tutti coloro che vorranno cimentarsi in questa nobile ed antica arte a non avere alcuna esitazione nel contattarmi direttamente.

  • Origami tradizionale: si tratta degli origami che più di tutti si avvicinano alla forma originaria ma che non per questo devono per forza essere semplici. Visivamente, potete riconoscerli facilmente per una marcata bidimensionalità e la presenza di pieghe marcate e decise.
  • Origami tridimensionali: tutti gli origami moderni si potrebbero inserire nella presente tipologia. In linea di massima, si diversificano da quelli tradizionali per una tridimensionalità spiccata e, talvolta, la presenza di pieghe accennate o non appiattite.
  • Origami modulari: origami composti da… altri origami, generalmente uguali tra loro e di facile esecuzione, detti “moduli”! Di solito, i moduli sono uguali tra loro ed assemblati ad incastro al fine di formare una figura riconoscibile.
  • Wet-folded: petteralmente “piegato bagnato”. Si tratta di origami realizzati secondo una tecnica d’invenzione piuttosto recente, che prevede di eseguire le pieghe su d’un foglio inumidito. Il risultato finale sarà particolarmente piacevole alla vista grazie a linee curve e rigonfiamenti sferici altrimenti difficilmente ottenibili con un simile realismo.
  • Tesselation: particolarmente geometrici, questi modelli ricreano delle splendide trame a fantasia regolare, simili a filigrane o tessuti decorati in pizzo, attraverso la ripetizione di uno stesso schema ad intervalli cadenzati.
  • Double-colour: modelli che devono gran parte della loro bellezza e, sovente, della loro riconoscibilità, alla bicromia del foglio di partenza abilmente sfruttata dal creatore.
  • Matematici”: non si tratta di un vero e proprio stile quanto, piuttosto, di un modo di creare origami, una tecnica scientifica e, appunto, matematica, ideata in tempi recenti e perfezionata da R.J. Lang, attualmente tra i più bravi origamisti in vita. Attraverso uno studio approfondito delle proprietà e delle leggi geometriche che governano l’arte dell’origami, questo metodo consente di progettare a priori un soggetto attraverso la stesura di un CP (“Crease-Pattern”, ossia le pieghe che rimangono su un foglio se si disfa un origami finito) così da essere certi del risultato già dal momento in cui s’inizia a piegare.

Dulcis in fundo… una bella carrellata di modelli, alcuni realizzati da me, altri da grandi maestri con i quali non oso paragonarmi come R.J. Lang, Eric Joisel, Quentin Trollip e Satoshi Kamiya. Coraggio, facciamo un gioco: siete capaci di riconoscere lo stile di ogni origami in foto?

Omar.
11 novembre 2020
#UnTèAlSolLevante

5 risposte a "Un’unica “via di mezzo”: tra foglie di tè ed un foglio di carta"

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