In una tazza di tè

Penso che nel mondo ci siano quattro tipi di persone: quelle cattive, quelle che svolgono il loro lavoro in maniera ordinaria, quelle nate per essere persone carismatiche, di rilievo, e, infine, i rivoluzionari. Quest’ultimi, spesso, sono personalità eccentriche, fuori dai canoni comuni, infine emarginati e denigrati: solo troppo tardi ci si rende conto della loro preziosità ed unicità. Ecco, parlando di individui simili, Lafcadio Hearn (1850-1904) è sicuramente tra questi. Ma chi era costui? Soprattutto, cosa c’entra con il ? Con calma, arriveremo al punto, ma prima le presentazioni!

Favola Sado 7

Lafcadio nacque in Grecia nelle Isole Ionie nel 1850 ma, presto, si trasferì a Dublino dove crebbe secondo i precetti irlandesi e città in cui, a causa di un incidente, perse la vista dall’occhio sinistro. A 19 anni prese residenza negli Stati Uniti nei quali, dopo un primo periodo di povertà assoluta, intraprese una brillante carriera giornalistica pure trattando, nei suoi articoli, temi fuori dall’ordinario come l’emarginazione. Rendendo onore ad un temperamento eccentrico, Lafcadio Hearn sposò una donna di colore sfidando la legge e pagandone il prezzo con il licenziamento. In seguito, si trasferì in Louisiana dove recuperò la carriera letteraria che, nel 1889, gli permise di visitare il Giappone in qualità di giornalista corrispondente. Il Sol Levante, però, esercitò un tale fascino su Lafcadio da spingerlo a trovarvi fissa dimora. Ottenuto un impiego in qualità di docente egli si congiunse con Setsu Toizumi, figlia di una famiglia di antichi samurai, assumendo il nome nipponico Koizumi Yakumo. La città nella quale trascorse gran parte della sua esistenza in Giappone fu Matsue dove, ad oggi, hanno sede il Lafcadio Hearn Memorial Museum 小泉八雲記念館 e la Vecchia residenza di Lafcadio Hearn 小泉八雲旧居. Si spense il 26 settembre 1904 a causa di un infarto cardiaco.

Tutto molto interessante, vi starete dicendo, ma quando arriva il tè? Bene, tra i molteplici meriti che dobbiamo attribuire a Hearn per il suo operato in Giappone vi è sicuramente quello di essere stato uno dei primi pionieri ad esplorare le tradizioni ed i costumi locali non in maniera superficiale, bensì comprendendone (o almeno provandoci) a fondo i valori sottostanti e riuscendo a portarne testimonianza tramite i propri scritti. Quest’ultimi, in definitiva, consistono anche in raccolte di racconti e fiabe popolari, all’epoca sconosciuti in gran parte persino alla stessa cittadinanza nipponica, che Lafcadio ha saputo riesumare dalle sabbie del tempo per donare loro nuova vita: tra queste, guarda caso, una delle più celebri, dal titolo Chawan no naka 茶碗 の中 (In una tazza di tè), si incentra proprio sulla bevanda ambrata!

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Nel tempo, tra le storie recuperate da Hearn, In una tazza di tè ha saputo guadagnarsi una nota popolarità riscattandosi da un passato di quasi totale marginalità. A riprova di quanto detto basti pensare quanto quest’ultima abbia saputo arrogarsi un posto d’onore persino su di una pellicola cinematografica! Nel 1964, infatti, il regista Masaki Kobayashi girò un film dal titolo Kwaidan 怪談 (noto riferimento ad un’opera di Lafcadio stesso) diviso in quattro parti costituite da altrettante storie dello scrittore in questione tra le quali, ovviamente, compare Chawan no naka. Qualora voleste recuperare la versione scritta della vicenda potreste leggere “Ombre giapponesi” (Lafcadio Hearn, Adelphi, 2018) e, anche se non amaste la lettura, comunque, non avreste proprio scuse per non conoscere la vicenda narrata… In una tazza di tè! Ma di cosa racconta? Ovviamente, non posso riportare punto per punto l’opera dell’autore ma, prendendomi la “licenza poetica” del caso, proverò a riassumere con parole mie gli eventi raccontati, sperando di rendere onore alla voce poetica di Lafcadio Hearn…

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Tempo addietro, si racconta di un signore di nome Nakagawa Sado il quale, in viaggio per le visite di capodanno, decise di fare una sosta in una sala da tè. Tra il corteo che costituiva la spedizione vi era un certo Sekinai, wakatō (scudiero) assetato a causa del lungo peregrinare il quale, giunto all’interno del locale, subito si versò del tè in un bicchiere da acqua con l’intento di trangugiarlo. Nondimeno, prima di accostare le labbra al boccale, Sekinai vide riflesso nel liquore un volto che non riconobbe come il proprio: si trattava, piuttosto, del volto di un giovane samurai, un perfetto sconosciuto.  

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Smarrito dall’accaduto, il protagonista gettò il tè e tornò a riempire la propria tazza ma, nuovamente, l’episodio si ripeté. Sconcertato, l’uomo scartò nuovamente la bevanda e chiese di riempire un’altra volta il bicchiere ma con del tè diverso. Tuttavia, il volto riapparve ancora sulla superficie del liquore e, a questo punto, Sekinai decise di bere quest’ultimo senza alcuna esitazione.

Passarono i giorni ed una sera, durante il proprio turno di guardia, il wakatō fu sorpreso nel vedere avvicinarsi alla residenza del suo padrone un giovane samurai dalle stesse sembianze di quello riflesso nella tazza. Quest’ultimo, dal canto suo, domandò allo scudiero di potere entrare per fare visita al signore ma Sekinai, insospettito dal fatto che l’uomo fosse riuscito a superare i controlli precedenti inosservato, bloccò la strada allo straniero il quale, a sua volta, chiese al protagonista se lo avesse riconosciuto rivelando, al contempo, di chiamarsi Shikibu Einai. Sekinai, spaventato, si avventò con la propria lama sull’ospite sgradito ma subito questi, muovendosi in modo sinuoso, svanì oltre il muro senza riportare ferita alcuna.

Tempo dopo l’episodio appena narrato, mentre lo scudiero si godeva il proprio giorno di riposo, bussarono alla porta tre uomini in armi riferendo di essere seguaci di Shikibu Einai nonché di quanto quest’ultimo fosse rimasto offeso dal gesto subito. Prontamente, il wakatō sguainò ancora una volta la propria spada contro gli intrusi e questi, nuovamente, svanirono nel nulla. Da quella sera, però, di Sekinai non si ebbero più notizie…

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Foto d’epoca che ritrae un nobile in attesa di sorbire la propria tazza di tè.

Questo è quanto! Nella speranza di avervi incuriosito nonché con l’invito di recuperare gli scritti di Lafcadio Hearn, permeati di un tratto poetico e di una magia unici nel loro genere, pieni di fascino, voglio congedarmi con una riflessione personale. Sovente, le fiabe o i racconti popolari nascondono messaggi ed insegnamenti e, a parere mio, anche Chawan no naka rientra nel caso. Ma cosa vuole ricordarci questa breve storia? La mia modesta interpretazione vuole credere che quel volto riflesso, in realtà, rispecchiasse le ambizioni dello scudiero: essere bello, giovane, di grado militare più elevato rispetto al proprio. Perché, allora, Sekinai sarebbe scomparso al termine della vicenda? Molto semplice: se, da un lato, è vero che non bisogna fondare le proprie convinzioni su inutili fantasie e vivere quanto più possibile nel presente, l’altra faccia della medaglia ci ricorda che, senza sogni, un uomo non è nulla. Progettare, fantasticare, immaginare un futuro è qualcosa che ci fa soffrire ma, allo stesso tempo, ci consente di avere un obiettivo nella vita sentendoci parte di questo mondo: avventandosi sulle proprie ambizioni nel tentativo di eliminarle completamente, dunque, Sekinai ha segnato la propria condanna disperdendosi nel nulla così come fanno i petali sfioriti dei fiori al vento…

Omar
6 luglio 2019
#UnTèAlSolLevante

 

3 risposte a "In una tazza di tè"

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