Sakuracha: fragile bellezza in una tazza

Nel suo articolo Workshop sui tè giapponesi con Obubu Tea Farm Barbara Vola ha giustamente menzionato il Sakuracha dichiarandosene sorpresa e meravigliata. Da un lato sono felice che mi abbia ringraziato per avergliene parlato con anticipo suggerendole, se ne avesse avuto l’opportunità, di assaggiarlo, mentre, dall’altro, ora mi sento in dovere di approfondire l’argomento.

Sakurayu, così veniva chiamato un tempo l’infuso di fiori di ciliegio: con il tempo, tuttavia, il termine è andato modificandosi in Sakuracha. Ritengo che quest’ultima parola sia più adatta in quanto è in grado di cogliere la profondità spirituale che caratterizza l’oggetto cui si riferisce: essa infatti lega indissolubilmente i kanji (ideogrammi) sakura 桜 (fiore di ciliegio) e cha 茶 (tè). Trovo profondamente poetica l’unione previo citata e mi piace pensare che la presenza di cha sia dovuta al forte richiamo simbolico che i ciliegi esercitano in Giappone: accostati, i due termini si rafforzano a vicenda raggiungendo una valenza simbolica senza eguali.

Sakura

Sakuracha 7

Del ruolo rivestito dal tè non solo in Oriente ma anche in Occidente si è già discusso e se ne tratterà ampiamente in futuro: quello che vorrei tentare di fare ora è provare a comprendere cosa renda i sakura così importanti per i giapponesi.
Il fiore di ciliegio è ad oggi uno dei simboli più ricorrenti nell’immaginario comune riferito al Giappone tant’è che esso si è guadagnato la reputazione di “fiore nazionale non ufficiale”.

Esso ha cominciato ad essere apprezzato a partire dal periodo Heian (794-1185): all’epoca il buddhismo cominciava a diffondersi maggiormente nonché ad essere assimilato dalle tradizioni culturali locali così come avvenne per tutte le altre forme di conoscenza provenienti dalla Cina nonché per il sistema di scrittura. Durante il periodo in questione, i nobili disponevano di grandi quantità di tempo libero grazie ad un sistema politico loro favorevole: per tale ragione, essi si dedicavano a diverse pratiche artistiche e filosofiche.

Hanami

Tra i costumi dell’alta società vi era quello di trascorrere lunghi lassi di tempo all’aria aperta in contemplazione della natura: probabilmente, dunque, fu da tale pratica che si generò l’hanami, oggi praticato dalla maggioranza della popolazione giapponese.
Hanami 花見 significa letteralmente “guardare i fiori”: nello specifico, tuttavia, il termine si riferisce alla contemplazione dei fiori di ciliegio. Durante il periodo di fioritura i cittadini nipponici si concedono una pausa inaugurando un periodo di festa durante il quale, solitamente, si consumano pranzi fuori porta, veri e propri picnic, all’ombra dei ciliegi. La festività è presente da tempi antichissimi e la sua popolarità non accenna a diminuire: ad oggi esistono infatti vere e proprie previsioni meteo dedicate in grado di suggerire il momento migliore per godere appieno dello spettacolo naturale.

Sakuracha 6

Cosa rende questo evento così importante per il Giappone? Scopriamolo insieme e cerchiamo di scoprire cosa si nasconde dentro a un bocciolo!
I sakura possiedono una caratteristica unica nel suo genere: la loro bellezza, il loro fascino indiscusso appare come un momento fugace per poi scomparire in breve tempo disperdendosi al soffio del vento in una nuvola di petali.
Quello che colpisce i giapponesi non è tanto la magnificenza dei boccioli quanto la loro fugacità: essi diventano così simbolo della caducità che pervade tutto il creato.
La vita è una forma transitoria, un piccolo barlume destinato ad affievolirsi e per questo bisogna celebrarla apprezzando le piccole cose.

La fragilità ci lega l’uno all’altro indissolubilmente così come sembra suggerire Issa Kobayashi (1763-1828) in uno dei suoi più celebri haiku (componimento poetico giapponese composto da soli tre versi e dalle rigide regole metriche)

Sotto gli alberi di ciliegio
non vi sono
stranieri.

Seppure segnato da una punta di malinconia, lo hanami non è una triste ricorrenza. La distruzione è necessaria affinché possa nascere qualcosa di nuovo: allo stesso modo, gli alberi più anziani dovranno avvizzire perché i loro semi possano ricevere la luce del sole e germogliare. Tutto è in costante cambiamento: i petali dispersi dal vento primaverile ritorneranno ai loro rami con l’arrivo della nuova stagione.

Mono no aware

Mono no aware 物の哀れ è una di quelle espressioni che non si possono tradurre: letteralmente, essa significa “lo stupore delle cose” e indica un sentimento particolarmente presente in Giappone ma che non per questo non può essere sperimentato da chiunque. Si tratta di una serena accettazione della transitorietà: con la giusta predisposizione spirituale la malinconia provata è un sentimento in grado di cogliere la bellezza in un istante fugace apprezzandola proprio in quanto breve ed effimera.
Proprio perché ci ricordano che così come tutto passa ogni cosa si rinnova, i sakura sono divenuti l’emblema della rinascita, dei nuovi inizi: per tale ragione una tazza di Sakuracha è spesso offerta durante i matrimoni. In pochi sanno, però, che vi è anche un altro motivo per il quale si preferisce servire l’infuso di sakura piuttosto che il tè durante tali eventi. In Giappone esiste infatti un modo di dire, ossia ocha wo nigosu お茶を濁す (letteralmente intorbidire il tè), che si potrebbe comparare al nostro “confondere le acque”: l’espressione deriva dall’apparenza di un tè preparato da mani poco esperte e si riferisce chiaramente a colui che sfrutta l’inganno e il sotterfugio per salvare le apparenze. Nella speranza che il vincolo matrimoniale si fondi su valori quali l’onestà e la fiducia, per quanto detto, si preferisce dunque sorbire il sakurayu.

I fiori di ciliegio, poi, non si sono limitati alla sfera delle festività: durante lo hanami (ma anche nei restanti periodi dell’anno) si trovano infatti numerose pietanze a base di questi che spaziano dai mochi (tradizionali dolcetti a base di riso glutinoso) alle bevande offerte da noti brand internazionali quali Starbucks.

Nondimeno, la popolarità dei sakura affonda le radici anche nei costumi giapponesi: la canzone popolare denominata Sakura Sakura, cantata inizialmente dai bambini del periodo Edo (1603-1868), ne è un chiaro esempio. Per chi fosse interessato, lascio a seguito il testo originale seguito dalla traduzione italiana:

桜 桜
野山も里も
見渡す限り
霞か雲か
朝日に匂う
桜 桜
花ざかり桜 桜
弥生の空は
見渡す限り
霞か雲か
匂いぞ 出ずる
いざや いざや
見に行かん
sakura sakura
noyama mo sato mo
mi-watasu kagiri
kasumi ka kumo ka
asahi ni niou
sakura sakura
hana zakari
sakura sakura
yayoi no sora wa
mi-watasu kagiri
kasumi ka kumo ka
nioi zo izuru
izaya izaya
mini yukan
Fiori di ciliegio, fiori di ciliegio
nelle montagne selvagge, nei villaggi,
fin dove la vista si estende.
Nebbia? Nuvole?
Nel sole nascente, profumati.
Fiori di ciliegio, fiori di ciliegio
fiori in piena fioritura.
Fiori di ciliegio, fiori di ciliegio
lungo il cielo di primavera
fin dove la vista si estende.
Nebbia? Nuvole?
Fragranti nell’aria
Vieni, vieni!
Andiamo a vederli!

Il Sakuracha si potrebbe definire come l’apoteosi del mono no aware. I fiori vengono imbevuti nell’aceto di Umeboshi (prugne giapponesi) e conservati sotto sale nel tentativo di preservarne colore, aroma e bellezza dalla morsa dei giorni. Sono sufficienti pochi boccioli infusi in acqua calda per incantare la vista ed il palato. Un sapore vago, crocevia tra le note dolci del ciliegio e l’aspro/salato delle prugne, sembra suggerire l’indeterminatezza di tutte le cose mentre agli occhi si offre una piacevole illusione: i fiori immersi nel loro liquore a poco a poco si dischiudono e il tempo sembra riavvolgersi su sé stesso.

Sakuracha 5

Dopo avervi accompagnato sulla via dei ciliegi in fiore non posso che suggerirvi, se mai ne avrete occasione, di sperimentare voi stessi il sakurayu ma, soprattutto, vi auguro di essere ora in grado di riconoscere nella malinconia la bellezza celata dalla caducità della vita. Infine, voglio lasciarvi con un abbraccio letterario, una piccola coccola che, se vorrete, potrete concedere a voi stessi. Non posso infatti esimermi dal suggerirvi la lettura di un breve quanto intenso romanzo intriso di fascino, amore, nostalgica bellezza e profumo di sakura, il tutto condito da un poco di buon cibo: si tratta de “Le ricette della signora Tokue” (Durian Sukegawa), libro dal quale è stato tratto anche l’omonimo film “Le ricette della signora Toku” (2015).

Non siate timorosi, vivete la vita attimo per attimo e lasciatevi trasportare tra le pagine di un libro che esala venti di primavera e voglia di rinascita!

Sakuracha 1

Quando Sentarō sollevò gli occhi dalla piastra di cottura, l’anziana signora con il cappello bianco era di nuovo in piedi sotto il ciliegio. Guardava verso di lui e sorrideva.
-I fiori sono tutti caduti, eh?
-Già.
Anche Sentarō sollevò lo sguardo verso il ciliegio.
-Così possiamo ammirare le foglie.
-Ammirare le foglie?
-È il momento in cui le foglie sono più belle! Guardi lassù!
Sentarō seguì con gli occhi il punto indicato da Tokue. In cima all’albero, le foglioline appena germogliate stormivano al vento.

Omar
20 ottobre 2018

#UnTèAlSolLevante #ViaggioIntornoAlTè

4 risposte a "Sakuracha: fragile bellezza in una tazza"

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  1. Omar, intanto grazie di cuore per questo articolo appassionato e poetico, grazie per tutte queste informazioni su una cultura a dir poco affascinante.
    Tempo fa ho visto il film, ma, spero presto di leggere anche il libro. Il film è fatto benissimo, è pura poesia e dolcezza.
    Il suggerimento di vedere nella malinconia la bellezza celata dalla caducità della vita è sublime. I tuoi articoli sono delle coccole.

    Piace a 1 persona

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