La cultura del tè in Italia e per i Valdesi

Come ho scritto nella mia presentazione, e detto ad una mia intervista, il tè l’ho sempre bevuto. Mia mamma,

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siciliana, aveva l’abitudine di trovarsi con le sue vicine di casa. Ognuna portava con sè i lavoretti da fare (maglia o cucito), chiaccheravano sorseggiando una tazza di tè. Si ritrovavano a rotazione a casa nostra, a casa di Anna (romagnola) o da Piera (ligure).
A me piaceva interrompere lo studio per fare una pausa tè con i biscotti.
Ho ancora impressa nella memoria i gesti di Anna e di quello che offriva insieme al tè: i wafer e i biscotti “Prince” farciti al cioccolato, che io adoravo inzuppare leggermente nel tè perchè il cioccolato si sentiva secondo me di più.

Quando andavo a trovare mia nonna paterna, piemontese, classe 1916, trovavo anche lì il tè. Quindi il tè mi accompagnava 🙂

Per me è sempre stato una cosa normale bere il tè. E’ chiaro che bevevamo prettamente il tè in bustina. A quei tempi, 1975-1988, dove io abitavo, si usava solo il tè in bustina delle famose marche come Lipton, Tè Ati, Tè Star, che si trovava nei supermercati. Il tè in foglia mia mamma l’ho comprava, nelle lattine, quando andava in città.
Negli anni ’90 il tè lo compravo sfuso in un negozio di Reggio Emilia che vendeva il caffè.

Anni fa, quando ho fatto l’albero genealogico della mia famiglia paterna, sono entrata in contatto con il Centro Culturale Valdese visto che le mie origini, da parte di padre, sono Valdesi.

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famiglia Peyrot in costume

Vi starete sicuramente domandando chi sono i valdesi. I Valdesi sono Cristiani Protestanti.
Mi è capitato di incontrare persone che danno l’8xmille ai valdesi senza sapere esattamente chi sono.

Ecco un link con un breve riassunto di chi sono I Valdesi e qui trovate un articolo de il quotidiano La StampaLa prima di un Papa nel Tempio Valdese, Torino il 22 giugno 2015. In fondo all’articolo, per chi volesse approfondire, trovate dei link .

Oggi, 17 febbraio, festeggiano la libertà civile e politica ottenuta il 17 febbraio 1848, per volontà di re Carlo Alberto, attraverso le Lettere Patenti.

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Foto di Vanda Talmon

Negli ultimi anni questa data ha assunto un significato più ampio. Libertà religiosa, politica, di pensiero ecc.

La notte del 16 febbraio si accendono tanti bei falò nelle Valli, come fecero quella notte per comunicare tra i paesi la notizia.
E ieri sera, per la prima volta l’hanno acceso anche in Piazza Castello a Torino.

territorio-valdeseDovete sapere che per tutto il XVIII secolo i valdesi vissero nei limiti territoriali fissati nel Cinquecento, chiamato Ghetto Alpino, nella provincia di Torino, dove erano emarginati e oggetto di una legislazione discriminatoria che ne faceva dei cittadini di seconda categoria come gli ebrei nei ghetti cittadini.
Riuscirono però a mantenere un livello di istruzione molto alto grazie all’aiuto dei paesi protestanti, in particolare l’Inghilterra e i Paesi Bassi e all’uso della lingua francese.

La cucina valdese è stata influenzata da quella che è stata la loro storia. Quindi inizialmente con la Francia poi, a partire ddalla fine del Seicento con la Mitteleuropa, quindi la Svizzera, la Germania, l’Ungheria e all’inizio del Settecento con la dinastia olandese degli Orange, e successivamente con la cultura inglese grazie ai loro viaggiatori come William Stephen Gilly (1789-1855) e, successivamente, dal generale e benefattore inglese Charles Beckwith (Canada 1789- Torre Pellice 1862).

Un attimino stiamo arrivando al tè 😉

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Costume tipico valdese che veniva indossato alla domenica

Già nel XVII sec.le giovani figlie di pastori o di professori valdesi si recevano a servizio presso famiglie inglesi in qualità di governanti. Il loro lavoro era particolamente apprezzato in Inghilterra, a Odessa (Ucraina) e in Polonia per via della loro conoscenza della lingua francese (la lingua “nobile” dell’epoca), per la loro ottima educazione e la loro istruzione. Del resto anche le ragazze inglesi andavano a fare le governanti e le “tate” per le famiglie aristocratiche russe…

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Gruppo alla Casa di Maria Decker a Luserna San Giovanni (TO) – Henri Peyrot 1908

Nel 1662 sec. il arrivo nella corte d’Inghilterra grazie a Caterina di Braganza. Arrivò dopo rispetto agli altri stati Europei (Portogallo, Olanda, Francia e Russia).
In Inghilterra all’inizio il tè, dato i costi elevati, era una bevana che se lo potevano permettere solo i reali e l’aristocrazia.

Nel 1839 gli inglesi incominciarono ad importare il tè dalle proprie colonie, come il tè dallo Sri Lanka, comunemente conosciuto come il tè di Ceylon, è questo permise di poterlo comprare a prezzi più bassi e, quindi, divenne accessibile anche alla borghesia.

Solo dopo il  1864, con la riduzione delle tasse, il tè divenne accessibile a tutte le classi sociali. Non dimentichiamo che in questo periodo inizia in Inghilterra la rivoluzione industriale.

Come vi dicevo le ragazze, essendo istruite, erano assunte come governanti e quindi  appresero anche loro l’usanza di bere il tè e quando tornavano in patria, nelle valli, mantennero e diffusero questa abitudine di consumare la merenda pomeridiana accompagnata da una tazza di tè nero.

Qui nelle Valli Valdesi si diffuse subito ad ogni livello sociale, a differenza degli altri paesi europei e nel resto d’Italia, dove all’inizio veniva bevuto solo dall’aristocrazia e borghesia.
E naturalmente usavano il tè in foglia non quello in bustina, in quanto fin dall’inizio avevano appreso a farlo sfuso con le foglie belle libere nella teiera e poi colando il liquore nelle singole tazze con l’uso del colino.

Il tè veniva consumato alle 16:00 per spezzare il pomeriggio, l’orario inglese,  e anche gli uomini interrompevano il lavoro nei campi o nelle miniere (talco, pietra di Luserna) per consumare una scodella di tè nero arricchito da un poco di vino rosso.

teaIl tè veniva preparato molto forte, come da tradizione inglese, servito in scodelle o in servizi di porcellana cinese, se la famiglia era particolarmente benestante.
Il tè veniva addolcito con un po’ di zucchero e una nuvola di latte appena munto.

Insieme al tè venivano servite delle tartine di pane con burro e confettura (sambuco o mirtilli) o gelée (imparate dagli inglesi) di mele cotogne o rosa canina. Oppure pane burro e zucchero, tartine salate di pane, burro e pasta d’acciughe.
In estate il tè veniva accopagnato da panna fresca battuta leggermente con una forchetta e servita con mirtilli freschi.

In occasioni speciali o quando c’erano ospiti le tartine venivano sostituite da torte di mele e biscotti all’uvetta che venivano posti nel forno ancora caldo dopo la cottura del pane settimanale.

In passato, presso alcune famiglie di pastori valdesi, c’era un curioso rituale che accompagnava le riunioni femminili per il tè più formale, ovvero in occasione di visite di amiche e parenti. In tali circostante, prima di servire il tè, veniva fatto circolare tra le presenti un astuccio di cuoio nero contenente cartoncini su cui erano scritti versetti della Bibbia. Le signore estraevano a sorte un cartoncino a testa, dopodichè procedevano alla lettura ad alta voce del versetto biblico, dando così luogo a un breve momento di meditazione prima di inizare l’incontro.

Se ci pensate anche in Giappone c’erano appesi alle pareti delle frasi per meditare e in Cina, come poi in Giappone, il tè fu fonte d’ispirazione di composizione poetiche…

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Peyrot David-1898- La conca del Pra a Bobbio Pellice – Si servi il tè

Desidero ringraziare Enrica e Marco della Biblioteca della Fondazione Centro Culturale Valdese che mi hanno fornito il materiale. Inoltre, desidero trasmettere un caro saluto a Gabriella Ballesio.

NOTA:
Informazioni tratte da:
– libro “La cucina valdese” G. Pizzardi e W. Eynard- Claudiana 2006
– Rivista “La beidana-cultura e storia nelle Valli Valdesi” novembre 2014.

Le foto in bianco e nero le ho prese da: Patrimonio culturale valdese

Per chi volesse capire la storia dei valdesi invito a guardare questo link: Fondazione Valdese – Corso per accompagnatori.pdf

23 risposte a "La cultura del tè in Italia e per i Valdesi"

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  1. In casa dei miei e, prima, dalla mia nonna materna, abbiamo praticamente sempre usato il tè nero sciolto, foglia lunga.
    Il tè in bustina lo ricordo molto più tardi, e lo usavamo, caso mai, quando andavamo alla casa di montagna e facevamo un giro veloce.
    Così potevamo farci il tè per scaldarci e fare merenda senza dover usare colino e altri ammennicoli.
    Tartine pane burro e marmellate varie o miele. Quando ci viziavamo torta – tipo focaccia – e biscotti,non ti dico la festa quando c’era il panettone, diciamo nel periodo di Natale, ma questo quando ero poi già piuttosto cresciutella.
    Nei giorni normali e quando non c’erano ospiti si beveva il tè in tazze normali o anche nei bicchieri, o in scodelle secondo le abitudini delle famiglie,ma in caso ci fossero ospiti uscivano le tazze belle!
    Mia nonna in tarda età, già poco presente a se stessa, chiedeva in continuazione l’ora per fare perché aspettava le quattro (16) per fare merenda con tè e biscotti.

    Guai a dirle che erano le quattro (le 16) passate, il patois di mia nonna usava per indicare la merenda una parola che non so scrivere ma che potrei tradurre dicendo “fare le quattro” e lei ci ripeteva “Se si dice “fare le quattro” era perché si fa alle QUATTRO!”
    Ho cercato sul DIZIONARIO DEL DIALETTO OCCITANO DELLA VAL GERMANASCA, ma purtroppo il termine cattrourà – catrurà  (questo è il suono) non è indicato.
    Eppure non era solo mia nonna ad usarlo.

    Il tè in foglia lunga a Pinerolo lo compero sia in un banco al mercato, sia in vecchi negozi di torrefazione o di drogheria nella zona vecchia. Tempo fa credo che mia mamma lo acquistasse anche nel negozio di alimentari sotto casa.
    Dove lo comperasse mia nonna, non lo so. So che in tempo di fascismo e guerra non si trovava e si facevano il tè con un’erba che raccoglievano in montagna e facevano seccare, lo chiamavano tè di montagna.
    Mia mamma (sempre ancora tempo di guerra) lavorava a Pinerolo da un certo Odetti che aveva un negozio all’ingrosso di generi definiti coloniali tra cui tè e caffè e quindi qualche po’ di questi prodotti lei riusciva a portarli ai suoi in montagna. Come la polvere di cioccolata con la quale un mio zio ragazzino ha rischiato di soffocarsi un giorno che era solo e ha fatto l’ingordo e per non farsi prendere dalla mamma deve aver esagerato con la cucchiaiata!

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